| Gli Alpini furono impiegati nell'alluvione del Vajont |
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Articolo a cura del Consigliere Sezionale Ing. Prof. Maurilio DI GIANGREGORIO.
Il disastro del Vajont: gli atti in un fondo dell'Archivio di Stato dell'Aquila Sono stati consegnati ieri pomeriggio, 31 marzo, con tre anni di anticipo dai 40 anni di vincolo, gli atti processuali relativi al processo del disastro del Vajont, che si svolse all'Aquila dal 1968 al 1971. Con la sottoscrizione della convenzione, tra il presidente del tribunale e il direttore dell'archivio di stato, sono stati messi a disposizione e quindi visionabili: tutta la parte istruttoria svolta dal tribunale di Belluno; la documentazione relativa al processo svoltosi nel tribunale dell'Aquila comprendente: 280 faldoni contenenti gli atti processuali; 60 tubi contenenti elaborati grafici, rilievi, progetti e foto; uno schedario di 32 faldoni con le foto e le perizie medico-legali dei deceduti, identificati e non; relazioni e perizie e documentazione tecnica dei CTU; tutto il carteggio processuale della Corte d'Appello, nonché la documentazione sequestrata alla società SADE e ai tecnici progettisti, direttori dei lavori e periti. Il materiale, custodito in armadi blindati, occupa due sale studio dell'archivio di stato, appositamente allestite. Altra documentazione relativa al processo, si trova come ha detto il prof. Maurizio Reberschak, docente di Storia Contemporanea all'Università di Venezia e autore del libro "Il Grande Vajont": all'archivio centrale di stato di Roma, per la parte relativa agli atti della Commissione ministeriale d'inchiesta; alla sede Enel di Venezia, per la parte tecnica della società SADE. Alla conferenza era presente l'avvocato Vincenzo Camerini, all'epoca legale di parte civile nel processo, e il giornalista Amedeo Esposito che nel 1963 lavorava per l'agenzia ANSA a Belluno. Nel disastro persero la vita 1450 persone (quelle riconosciute), e un numero imprecisato di dispersi non identificati. I primi riconoscimenti furono fatti da medici e operai macedoni, che conoscevano le persone di Longarone decedute, avendo lavorato nella diga per diverso tempo. Gli alpini del battaglione "Cadore", di stanza a Pieve di Cadore, furono i primi ad intervenire sul luogo del disastro, la notte alle ore 12.15. A seguire una colonna del battaglione alpini "Belluno", quindi gli alpini del 4° corpo d'armata, al comando del generale Carlo Ciglieri. Gli interventi che si protrassero fino al 21 dicembre, videro all'opera tra i soli alpini, militari e carabinieri, oltre 10.000 unità. Un grandissimo contributo fu dato dai vigili del fuoco. Durante l'operazione furono recuperate 1.243 salme, e salvate 73 persone. I resti dei corpi recuperati furono fotografati, e questo portò al riconoscimento di più della metà dei 1.572 morti recuperati. Longarone, prima del 9 ottobre 1963, contava 4.638 abitanti. Il totale delle vittime della tragedia del Vajont fu 1909, di cui 111 residenti nel comune di Castellavazzo, 158 nel comune di Erto-Casso, e circa 200 in altri comuni. Il resto delle vittime (1.452), appartenenti a 508 famiglie, delle quali 305 completamente scomparse, risiedevano nel comune di Longarone. «Il ripopolamento dell'area avvenne in poco più di dieci anni: fu certamente un processo lungo e travagliato, ma la popolazione si riportò quasi ai livelli precedenti la tragedia, con un incremento medio annuo, fino al 1973, di circa 100 persone». Negli anni successivi, si assistette, grazie anche ai contributi elargiti dal governo per la ricostruzione, ad un flusso immigratorio che rivitalizzò tutto il comprensorio. La comunità fu smembrata per il fatto che dopo il disastro le popolazioni furono trasferite in altri luoghi. Le polemiche furono diverse e anche accese. Scrive Stefano Barbacetto: «Sul trasferimento di queste persone si giocarono molte speculazioni. Fra il personale comunale vi fu chi fece incetta delle licenze commerciali dei sinistrati, che secondo una normativa accuratamente tenuta nascosta agli interessati, si potevano trasferire in altre località. I fondi per la ricostruzione, e le provvidenze economiche per chi nel disastro aveva perso anche il lavoro, furono così in buona parte dirottati in una zona diversa da quella sinistrata. Il nuovo comune di Vajont, tuttavia, fu dotato di un territorio piccolissimo. Le fabbriche ed i posti di lavoro promessi agli sfollati furono così installati in territorio di altre amministrazioni, sotto il controllo altrui. Per molti abitanti di Vajont non restò che un posto in fonderia, malsano e malpagato. La comunità fu così smembrata. Un terzo gruppo decise di rimanere ad Erto, battendosi con successo per lo svuotamento del lago. Dopo ben dieci anni costoro ebbero riconosciuto il diritto ad un'abitazione in zona sicura, a monte del vecchio centro danneggiato dalle acque del bacino. A distanza di trentasei anni dalla frana, in una valle dalla morfologia sconvolta, anche Erto è rinato, grazie ad un pugno di "irriducibili" che non vollero abbandonare la propria terra. Casso, invece, il cui centro storico fu risparmiato dalla sciagura, è oggi un paese fantasma: quasi tutte le sue famiglie accettarono il trasferimento. Nel disastro i Cassani non persero le case, ma il territorio. I loro beni migliori, le loro terre collettive e private, erano sulle pendici del Toch. La perdita dei beni distrusse quella comunità».
Aq 1 aprile 2008 Maurilio Di Giangregorio |
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