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Lanciano (CH), 11 novembre 2007. Ripristino della lapide dedicata ai Caduti di Saati e Dogali.
di Maurilio Di Giangregorio
Nel 120° anniversario della battaglia di Saati e Dogali (1887 - 2007), è stata ripristinata la lapide dedicata ai caduti di quella guerra, domenica 11 c. m. a Lanciano (CH), nel corso di una cerimonia civile. Organizzata dal comune di Lanciano, dal locale gruppo alpini "Mario Rosato", e per iniziativa dello storico e direttore editoriale de L'Alpino d'Abruzzo, dott. Mario Salvitti, è stata rievocata la vicenda, ai più sconosciuta dell'eroica battaglia, combattuta dai nostri soldati nel 1887, durante le prime fasi della penetrazione italiana in Eritrea. Imponente è stata la partecipazione, alla quale ha fatto da cornice un folto pubblico, la cui presenza è stata favorita anche dalla bella giornata e da concomitanti manifestazioni. Presenti numerosi sindaci, anche di fuori regione, presenti con i gonfaloni, portati dai loro vigili urbani in alta uniforme. Innumerevoli gli alpini della sezione Abruzzi che con i rispettivi gagliardetti, hanno animato, durante tutto il percorso la manifestazione, riscuotendo numerosi applausi. La benedizione della lapide, ripristinata e riposizionata nel sito d'origine, è stata fatta da S. E. monsignor Carlo Ghidelli, vescovo di Lanciano e Vasto. Sono stati pronunciati, discorsi di circostanza da parte delle autorità civili e religiose. Un profilo storico è stato tracciato da Mario Salvitti, autore di una pregevole ricerca, dal titolo Cinquecento. Opuscolo distribuito gratuitamente alla popolazione intervenuta e alle autorità. Il sindaco di Lanciano, avvocato Filippo Paolini, al termine della manifestazione, sul palco posizionata di fronte la parete esterna dell'Istituto Magistrale "Cesare de Titta", dove era stata inizialmente posta la lapide nel 1887, ha consegnato un attestato ai sindaci dei comuni di provenienza dei caduti del 26 gennaio del 1887 presenti, tra i quali tanti abruzzesi. Tutti i caduti furono decorati di medaglia d'Argento al Valor Militare. La lapide recuperata, dedicata ai Caduti di Saati e Dogali, è quella originale, che nell'anno 1887 fu realizzata dallo scultore di Orsogna, Modesto Parlatore. La vicenda storica, è riportata nel dettaglio nel libro Cinquecento di Mario Salvitti, che in altra sezione del sito viene riprodotta integralmente, liberamente scaricabile, su gentile concessione dell'autore. LA BATTAGLIA DI SAATI E DOGALI Il quadro internazionale che fece da sfondo all'impresa coloniale italiana si evidenziò alla conferenza di Berlino (1884-1885), nel cui ambito i paesi già titolari di colonie definirono le reciproche aree di influenza e stabilirono per il futuro alcuni criteri di concertazione. L'Italia, assente alla conferenza, partecipò alla spartizione dell'Africa mossa da ragioni di prestigio, divenute più consistenti dopo che la Francia si era insediata in Tunisia, nel frattempo dichiarata protettorato francese nel 1881 in virtù del trattato del Bardo, ignorando completamente le ambizioni italiane. Nella scelta coloniale contarono sia ragioni di politica interna: l'ambizione di allineare l'Italia alle grandi potenze coloniali europee, sia l'esigenza di acquisire territori come possibili valvole di sfogo alla disoccupazione e all'emigrazione contadina. Le mire espansionistiche del governo italiano si indirizzarono verso una zona dell'Africa orientale nella quale l'insediamento coloniale appariva più agevole, infatti gli esploratori e missionari avevano aperto un varco in quella regione, inoltre la concorrenza degli altri paesi europei nella zona era meno agguerrita. Dopo avere acquistato dalla società di navigazione Rubattino nel giugno del 1882 la baia di Assab, sulla costa meridionale del Mar Rosso, nel febbraio del 1885 fu inviato un corpo di spedizione, che prese possesso del porto di Massaua senza incontrare resistenza da parte delle truppe egiziane che lo controllavano nell'ambito della sovranità turco-egiziana. Nei mesi successivi l'occupazione si estese alla zona costiera tra Massaua e Assab, con la conquista di Saati e con l'annessione di Massaua al Regno d'Italia, assicurando il controllo sulla vicina zona costiera, che avrebbe formato la futura colonia di Eritrea, stanziandosi poi in Somalia e ponendo le basi per la successiva avanzata in Abissinia, attualmente Etiopia. Questa prima fase dell'espansione coloniale italiana fu però segnata dal grave episodio di Dogali, località nei pressi di Massaua dove il 26 gennaio 1887 una colonna di circa 500 soldati italiani, comandati dal colonnello Tommaso De Cristoforis, fu massacrata dalle truppe abissine del ras Alula, capo della regione dell'Hamasen[1]. Il maggiore Boretti, comandante del forte di Saati presidiato da due compagnie di fanteria, dalla Ia batteria d'artiglieria del 17° reggimento e da circa 300 bashi-bazouk (truppe indigene arruolate nell'esercito italiano), attaccato il 24 gennaio 1887 dagli abissini del Ras Alula, rendendosi conto di non poter resistere ad un lungo assedio, invia una staffetta al forte di Moncullo richiedendo rinforzi, viveri e munizioni. Viene subito inviata una colonna di soccorso guidata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, di Casale Monferrato, composta, da salmerie, carriaggi, e da un drappello di circa 500 soldati di fanteria, con al seguito anche una sezione di artiglieria dotata di mitragliatrici a rotazione Gatling (1). All'alba del 26, i bashi-bazouk aggregati alla colonna in marcia avvistano il nemico e hanno il primo contatto. Si tratta delle truppe del Ras Alula, una forza variabile dai 7.000 ai 10.000 uomini che, abbandonata l'idea di espugnare il forte di Saati, dopo i primi scontri con le avanguardie del De Cristoforis, sferrano un massiccio attacco contro il grosso della colonna. La pista che conduce a Saati si snoda accanto ad alcune colline e su queste, nei pressi di Dogali, si attestano le truppe italiane, per contrastare le preponderanti forze nemiche. Terminate in breve tempo le munizioni, gli italiani, arroccati in quadrato sulla collina, combattono valorosamente, accerchiati senza scampo dai galvanizzati guerrieri di Ras Alula. Ormai travolto dal nemico, De Cristoforis ordina agli ultimi soldati ancora in piedi il presentat-arm ai compagni caduti e, poco dopo, viene trafitto dalle lance abissine. Solo nella tarda serata giungerà una seconda colonna di soccorso, comandata dal capitano Antonio Tanturri di Scanno, che potrà raccogliere i pochi sopravvissuti e procedere al riconoscimento ed alla sepoltura dei caduti. L'eccidio di Dogali innescò una violenta reazione in Italia, dove la politica coloniale del governo fu posta sotto accusa, così da costringere il presidente del Consiglio Agostino Depretis a dimettersi. Ma il successivo governo di Francesco Crispi favorì un ulteriore impegno nella politica coloniale dell'Italia, grazie al sostegno di Austria e Germania espresso nell'ambito della Triplice Alleanza. Nel 1888 truppe italiane, al comando del generale Antonio Baldissera, avanzarono all'interno del paese occupando quasi tutta l'Eritrea, mentre missioni diplomatiche condotte presso l'imperatore etiope Menelik mirarono a estendere l'influenza italiana all'impero etiopico, secondo gli accordi del trattato di Uccialli (1889). Nel 1890 fu stabilito l'ordinamento civile sui possedimenti italiani sul Mar Rosso, che vennero definiti con il nome di Eritrea e passarono sotto controllo diretto del governo italiano. L'Eritrea divenne base per il tentativo di conquistare l'Etiopia, che fu vanificato dalla sconfitta di Adua nel 1896. La colonia italiana dell'Eritrea, ampliata nel 1935 con una parte della regione del Tigrè, andò a formare l'Africa Orientale Italiana (A. O. I.), che venne occupata dai britannici nel 1941, durante la seconda guerra mondiale. A Piazza dei Cinquecento[2], nome a ricordo appunto dei Caduti a Dogali, a Roma nel 1889 fu eretto un monumento commemorativo, riutilizzando un antico obelisco egiziano di Ramsete II, nel cui basamento sono riportati i nomi dei soldati. I risvolti politici della vicenda Come già detto, la vicenda ebbe una forte eco in Italia, con notevoli risvolti politici. Il governo presieduto da Agostino Depretis, presentò un disegno di legge che autorizzava la spesa di 5 milioni per inviare altre truppe sul mar Rosso. Andrea Costa, primo deputato socialista eletto nel 1882, presentò un ordine del giorno, che fu discusso alla Camera dei Deputati il 3 febbraio 1887. Quale forza di opposizione, criticò apertamente la sconfitta subita dalla truppe del Regno d'Italia. L'opposizione al governo e le critiche alla politica coloniale, in quel delicato momento, furono condivise da quasi metà dei deputati. La condanna radicale di Costa rimase invece isolata. Fu votata da circa 12 onorevoli su trecento votanti. La violenza delle interruzioni, tuttavia, testimonia che le parole di Costa pesavano assai più per il seguito che avevano nel paese che per i pochi voti di un parlamento da cui era escluso il proletariato. «Né un uomo, né un soldo» divenne il tema dell'opposizione socialista alla politica coloniale. L'espressione, in seguito spesso è riecheggiata nel linguaggio della sinistra, per esprimere una opposizione radicale ed insuperabile. Il discorso è riportato negli Atti parlamentari: Discussioni della Camera, 3 febbraio 1887. Per testimonianza storica, si riporta integralmente: Dichiarazioni del deputato socialista Andrea Costa alla Camera dei Deputati dopo la sconfitta di Dogali 3 Febbraio 1887. Costa Andrea. Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perché tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve. Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del governo (dico del governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce, lungi dal desiderare una politica coloniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa. Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del Consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (Oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (Rumori a destra - Sì, sì, all'estrema sinistra). Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto o più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili. La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? E la bandiera? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana. E l'onore della bandiera? Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al governo o che il governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati[3]. (Vive proteste a sinistra, al centro e a destra). Presidente (Con forza). Onorevole Costa, io non posso tollerare una simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. (Vivi applausi da tutte le parti della Camera). Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (Bene!). Costa Andrea. È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell'impresa d'Africa. (Vive proteste a destra). Presidente. Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri. Costa Andrea. Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (Rumori a destra). Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro ... Voci a destra. No! No! Voci a sinistra. Sì! Sì! Costa Andrea. ... e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perché amiamo il nostro paese (Denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose (Vive proteste a destra e al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore ... Presidente. Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera. (Approvazioni). Costa Andrea. Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'ella deplora ... (Rumori). Presidente. Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso. Costa Andrea. Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, in quanto che non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra. Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a dire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti. Ma io vi domando, o signori che sedete al banco dei ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (Commenti), a voi onorevole Di Robilant[4], che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (Bene! all'estrema. sinistra). No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (Rumori e risa ironiche). Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. (Oh! Oh! - Vivi rumori a destra). Presidente. Onorevole Costa, ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (Bene!). Costa Andrea. Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento. Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il danaro ... Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti! Costa Andrea. E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo. Richiamate le milizie dall'Africa (Rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.
Africa 1887-1897: le medaglie d'oro al Valor Militare di Manlio Bonati Negli ultimi decenni dell'Ottocento l'Italia si lanciò nell'avventura coloniale africana. Non dobbiamo in questa sede porci la domanda se è stato giusto o meno il farlo, rimane invece il dato di fatto storico: la nostra bandiera sventolò negli altopiani, nei deserti e nelle foreste del Corno d'Africa. Pertanto a più di cento anni dalla battaglia di Adua, è doveroso ricordare i nostri morti, connazionali che donarono se stessi per un patriottico ideale. L'eroismo e l'abnegazione furono qualità proprie alla stragrande maggioranza dei soldati, dei quali purtroppo i nomi sono stati dimenticati. Resta la memoria delle medaglie d'oro al Valor Militare, le prime venti attribuite durante le Campagne che si effettuarono nel periodo 1887-1897. Il primo modesto possedimento italiano in terra africana risale al novembre 1869 e si riferisce all'acquisto privato dell'approdo di Assab, nel Mar Rosso, eseguito da Giuseppe Sapeto per conto della genovese Società di Navigazione di Raffaele Rubattino. Nel 1882 questi li cedette al Governo che già nel 1880 vi aveva insediato un commissario civile. Negli anni successivi la politica coloniale europea subì dei mutamenti a seguito della crisi egiziana e dell'insurrezione mahdista che sconvolse il Sudan. L'Inghilterra, interessata a mantenere il potere lungo i territori attraversati dal Nilo, invitò la nostra nazione a sbarcare ed occupare Massaua per aiutarla contro le fanatiche orde del Mahdi, un profeta musulmano che predicava la guerra santa contro gli stranieri. Così il 25 gennaio 1885 truppe italiane presero possesso di Beilul, disarmando ed allontanando il presidio egiziano, e il 5 febbraio il corpo di spedizione, al comando del colonnello Tancredi Saletta, mise piede per l'appunto nell'isola di Massaua e nell'omonima città. Nei mesi che seguirono la dominazione si estese fino ad Arafali e Saati. Con la caduta di Khartoum del 26 gennaio 1885, dove perse la vita il generale Charles G. Gordon con tutta la guarnigione, le Camere dei Lords e dei Comuni dichiararono di rinunciare a qualunque iniziativa di rivincita contro il Mahdi: per il momento il Sudan era considerato perso. L'Italia era lasciata quindi sola nella sua nuova veste di potenza coloniale. Anch'essa si era timidamente inserita nella spartizione del continente nero, sancita dalla Conferenza di Berlino (15/11/1884 - 26/2/1885), la quale, tra le altre risoluzioni, decretava che "ogni Potenza europea stabilita sulla costa, acquista, in conseguenza di tale fatto, diritto sul retroterra e può approfondire il limite delle proprie possessioni sino a che non incontri una zona d'influenza contigua o uno Stato organizzato". In Abissinia regnava il Negus Johannes, molto contrariato di avere come confinante una potenza europea, proprio quando auspicava di andarsi ad impadronire della costa, naturale sbocco del Tigrai. Ordinò a ras Alula di taglieggiare le nostre carovane e di danneggiarci il più possibile. Il ras tigrino intraprese scorrerie e razzie che sfociarono in guerra aperta nei confronti delle nostre truppe di colore dislocate a Saati, località occupata allo scopo di voler premunire da un possibile attacco abissino il villaggio di Monkullo, fondamentale per la sua posizione ed in particolare per i suoi serbatoi d'acqua che alimentavano quelli della città di Massaua. Il 25 gennaio 1887 ras Alula alla testa di diecimila uomini attaccò il piccolo presidio al comando del maggiore Boretti; questi riuscì valorosamente a respingere il nemico dopo quattro ore di fuoco ininterrotto. Fu inviata a Monkullo richiesta immediata di rinforzi, perché si temeva un rinnovato assalto. Il giorno seguente il tenente colonnello Tommaso De Cristoforis (nato a Casale Monferrato il 5 giugno 1841) si mise in viaggio con 540 soldati italiani e 50 basci-buzuk (soldati di colore) per portare a Saati i soccorsi richiesti. La sua colonna venne accerchiata nelle vicinanze di Dogali da cinquemila abissini, dei quali un buon numero era armato di fucili, e distrutta. I nostri lasciarono sul terreno 26 ufficiali e 407 soldati morti, tutti gli altri feriti (alcuni evirati). Quando il campo di battaglia era ormai seminato di cadaveri il De Cristoforis gridò ai pochi superstiti: "Voi siete sacri alla morte come i vostri compagni che sono qui caduti. E' vostro supremo dovere di morire col nome della Patria sulle labbra. E ora presentate le armi ai nostri caduti". Tutti obbedirono all'ordine. Poi si accese la mischia. Terminate le munizioni, si caricò alla baionetta in un'accanita lotta corpo a corpo. De Cristoforis, accerchiato da un nugolo di etiopici, si difese facendo vuoti tra gli assalitori. Ma una lancia lo colpì in pieno petto. La patria decorò alla memoria il De Cristoforis con la massima onorificenza, con la seguente motivazione: "Per avere spontaneamente impegnato il combattimento contro forze sproporzionatamente superiori e per aver in seguito opposto eroica difesa nella quale Egli fu ucciso e tutti i suoi dipendenti rimasero morti o feriti". Il suo nome apriva l'elenco delle medaglie d'oro che dovevano essere conferite nella nostra prima guerra d'oltre mare. Il tragico episodio di Dogali produsse un forte desiderio di rivalsa, che portò la Camera a votare, per difendere il prestigio nazionale, una spesa straordinaria per la rioccupazione di Saati e delle altre località in mano agli abissini. La Colonia, infatti, aumentò di dimensione e il 1° gennaio 1890 con decreto regio tutti i possedimenti del Mar Rosso presero il nome di Colonia Eritrea. Nel frattempo (marzo 1889) Johannes perse la vita a Metemma in un combattimento contro i mahdisti e Menelik, re dello Scioa, si proclamò imperatore d'Etiopia. Il nuovo Negus, amico dell'Italia che lo aveva aiutato in più occasioni procurandogli anche delle ottime armi da fuoco, sottoscrisse il 2 maggio 1889 con Pietro Antonelli il trattato di Uccialli, il cui articolo 17 - in seguito contestato dal Re dei Re - fu la causa principale della guerra che nel 1896 ci portò alla sconfitta di Adua. Nel 1893 l'Eritrea si batteva contro i dervisci, altro vocabolo che identifica i mahdisti, che effettuavano razzie alle spese dei nostri sudditi. Il 21 dicembre avevano l'intenzione di assalire il forte di Agordat. Si trattava di 10.000 invasori al comando di Ahmed Alì, emiro del Ghedàref, che voleva conquistare Cheren e Massaua. Lo scontro più pericoloso lo sostenne il capitano Giuseppe Galliano (nato a Vicoforte, Cuneo, il 27 settembre 1846) comandante del 3° Battaglione Indigeni. Si guadagnò la sua prima medaglia d'oro: "Diresse con energia, coraggio e slancio esemplari in occasione del combattimento contro i Dervisci presso il forte di Agordat l'attacco delle quattro compagnie che erano ai suoi ordini, respinto le ordinò sollecitamente, le ricondusse all'attacco mettendo in fuga il nemico e riprendendo quattro pezzi di artiglieria". I dervisci, desiderosi di rivincita, ritornarono a minacciare i confini eritrei, quindi il generale Oreste Baratieri decise di impadronirsi di Cassala, la roccaforte degli avversari. La presa della città avvenne il 17 luglio 1894 e in quel giorno l'albo delle medaglie d'oro aggiunse il nome di un altro valoroso, quello di Francesco Carchidio Malavolti (nato a Faenza il 24 gennaio 1861), capitano comandante lo Squadrone Cavalleria Indigeni: "Inviato col proprio squadrone a tenere in rispetto un reparto di cavalleria nemica lo caricò e lo disperse, ma circondato improvvisamente da forze soverchianti, dopo aver colpito parecchi avversari, cadde trafitto da undici colpi di lancia, mentre con la sciabola in pugno cercava farsi largo e infondeva nuova lena nei suoi dipendenti". Trascorsero alcuni mesi di tranquillità, poi avvenne la ribellione del capo abissino Bata-Argos, che governava la provincia dell'Acchelé Guzai in nome nostro, affiancato, come rappresentante del governo eritreo, dal tenente di Fanteria Giovanni Sanguinetti (nato a Carcare, Savona, il 19 gennaio 1865), residente a Saganèiti. Il 14 dicembre 1894 l'ufficiale fu imprigionato. Questa drammatica situazione ebbe presto termine: il ribelle perse la vita durante il combattimento di Halai per opera della colonna Toselli; il Sanguinetti venne liberato. Questi ebbe modo di distinguersi pochi giorni dopo a Coatit contro ras Mangascia. Sua fu la quarta medaglia d'oro: "Catturato dal ribelle Bata-Argos sostenne fieramente la prigionia; liberatosi, coadiuvò efficacemente alla occupazione di Adua ed alla sottomissione dell'Acchelé-Guzai. Halai, 18-12-1894. Sostenne con slancio e bravura l'attacco al fianco sinistro della posizione di Coatit: ferito mortalmente, volle rimanere sul campo e morì l'indomani lasciando in tutti ammirazione pel suo sereno eroismo. Coatit, 13-14 gennaio 1895". Ma la guerra a Menelik e ai suoi ras doveva diventare molto più cruenta. Il 7 dicembre 1895 gli abissini di ras Maconnen si scagliarono contro la posizione di Amba Alagi, difesa dal maggiore Pietro Toselli (nato a Peveragno, Cuneo, il 22 dicembre 1856), comandante del 4° Battaglione Indigeni. La resistenza fu strenua e durò dalle prime luci dell'alba sino alle 12.40. Gli Scioani erano superiori di numero e non c'era la speranza di ricevere rinforzi. Toselli ordinò la ritirata dei superstiti a scaglioni. Fu l'ultimo a scendere dal pianoro, ancora miracolosamente illeso. Alle insistenze dei suoi ufficiali affinché pensasse a porsi in salvo, rispose: "No! Anzi ora mi volto e lascio che facciano!". Si sedette su una roccia a guardare le schiere avversarie che stavano sopraggiungendo. In un primo momento gli abissini smisero di sparare, ammirati dal coraggio dell'ufficiale, poi la fucileria fu ripresa e Toselli stramazzò crivellato di colpi. Meritò la medaglia d'oro con questa motivazione: "Trovandosi con soli 1800 uomini di fronte a 20-25 mila nemici, dopo aver alteramente respinto l'intimazione di lasciare il passo al comandante scioano, combatté strenuamente per ben sei ore e coll'eroico sacrificio della propria vita e di quasi tutto il suo distaccamento, cagionò al nemico perdite enormi che contribuirono efficacemente a ritardare l'avanzata". La più luminosa pagina del valore militare di questa guerra la sottoscrissero pochi mesi dopo i soldati durante la battaglia di Adua del 1° marzo 1896, quando Baratieri fu vinto da Menelik. La buona volontà e l'entusiasmo dei singoli non poté rimediare agli errori del Comando, alle sfortunate avversità e al numero dei nemici che superava di sette volte quello degli italiani: fu un susseguirsi di eroiche lotte fra reparti staccati contro orde più numerose ed anch'esse provviste di armi moderne. Caddero nella lotta 6634 italiani: due generali (Arimondi e Da Bormida); 260 ufficiali; 3772 graduati e soldati; 2600 ascari. I feriti risultarono circa 500 bianchi e 1000 ascari. Le perdite abissine si rivelarono più numerose, quasi il doppio delle nostre. Per gli atti di eroismo del 1° marzo furono decretate 14 medaglie d'oro e tutte queste decorazioni, purtroppo, alla memoria. Eccole in dettaglio. Giuseppe Arimondi (nato a Savigliano, Cuneo, il 26 aprile 1846), maggiore generale comandante la 1° Brigata Fanteria R. Truppe d'Africa: "Dopo aver combattuto valorosamente con la sua Brigata, quando questa venne sopraffatta, non volle ritirarsi, ma con gruppi del 9° Battaglione e di altri corpi continuò a combattere strenuamente sul Monte Rajo finché vi fu ucciso". Vittorio Da Bormida (nato a Torino il 22 novembre 1842), maggiore generale comandante la 2° Brigata Fanteria R. Truppe d'Africa: "Condusse la sua Brigata al fuoco e ripetutamente all'assalto con slancio ardimentoso, dando a tutti esempio di alto valore personale. Cadde eroicamente sul campo". Giovanni Romero (nato a Mortara, Pavia, l'8 marzo 1841), colonnello comandante il 4° Reggimento Fanteria R. Truppe d'Africa: "Combatté da valoroso alla testa del suo Reggimento sino all'ultimo. Ferito gravemente e circondato, si difese strenuamente in una lotta corpo a corpo: sopraffatto, lottò ancora per non essere tratto prigioniero finchè, nuovamente e gravemente colpito, moriva in seguito alle riportate ferite". Cesare Airaghi (nato a Milano il 4 ottobre 1840), colonnello comandante il 6° Reggimento Fanteria Regie Truppe d'Africa: "Condusse replicate volte all'assalto il suo Reggimento dando splendido esempio di slancio e coraggio. Cadde eroicamente sul campo di battaglia". Giuseppe Galliano (ebbe la seconda medaglia d'oro), tenente colonnello del 3° Battaglione Indigeni: "Impegnatosi col suo Battaglione sul Monte Rajo, nel momento più critico della lotta, combatté valorosamente. Quando le sorti della pugna precipitarono, perdurò nella resistenza con pochi rimastigli a fianco quantunque già ferito, e col moschetto alla mano incitando gli altri a finir bene si difese disperatamente finché fu ucciso". Leopoldo Prato (nato a Pamparato, Cuneo, il 3 febbraio 1845), maggiore comandante il 6° Battaglione Fanteria R. Truppe D'Africa: "Ferito leggermente tre volte d'arma da fuoco non lasciò mai il comando del Battaglione che spinse più volte vigorosamente all'assalto. Eseguì con raro coraggio ed energia l'ultima resistenza della Brigata. Morto sul campo". Giuseppe Baudoin (nato a Gilette, Nizza, il 25 febbraio 1843), maggiore comandante il 9° Battaglione Fanteria R. Truppe d'Africa : "Imperterrito sulle falde del Monte Rajo comandò il 9° Battaglione d'Africa mantenendolo saldamente al fuoco contro forze enormemente superiori, finchè fu distrutto. Informato che le altre truppe si ritiravano, rispose: "Non importa, noi dobbiamo star qui!". E vi rimase finchè una palla nemica lo uccise". Francesco De Rosa (nato a Potenza il 13 ottobre 1853), maggiore comandante dell'Artiglieria Brigata Indigena: "Comandante l'artiglieria della Brigata Albertone (indigeni) si distinse durante tutto il combattimento nel dirigere con intelligenza ed efficacia singolari il fuoco delle proprie batterie. Sereno ed imperterrito sacrificò la propria vita e quella dei suoi per rimanere con due batterie bianche a protezione delle altre truppe". Antonio Rossini (nato a Perugia il 16 novembre 1857), capitano del 6° Battaglione Indigeni: "Combatté con fermezza e valore alla testa della sua Compagnia. Allorché gli ascari volsero in ritirata, tentò di arrestarli poiché questi volevano sottrarlo all'imminente pericolo, egli, svincolatosi da essi, colla pistola in pugno fece fronte al nemico irrompente, gridando: "Facciamo vedere come un ufficiale Italiano sa resistere e morire!" E moriva, infatti, sul campo". Pietro Cella (nato a Bardi, Parma, il 9 marzo 1851), Capitano del Battaglione Alpini d'Africa: "Comandante delle Compagnie 3a e 4a sulla sinistra dell'occupazione al Monte Rajo, le tenne salde in posizione contro soverchianti forze avversarie finchè furono pressoché distrutte e combattendo valorosamente lasciò la vita sul campo prima di cedere di fronte all'irrompente nemico". Edoardo Bianchini (nato a Napoli il 18 ottobre 1856), capitano comandante della 3° batteria d'Artiglieria da Montagna R. Truppe d'Africa : "Si distinse durante tutto il combattimento nel dirigere con intelligenza ed efficacia singolari il fuoco della propria batteria. Sereno ed imperterrito sacrificò eroicamente la propria vita e quella dei suoi per rimanere sino all'ultimo in batteria a protezione delle altre truppe". Umberto Masotto (nato a Noventa Vicentina, Vicenza, il 23 novembre 1864), capitano comandante della 4° batteria d'Artiglieria da Montagna R. Truppe D'Africa: la motivazione è la stessa del precedente. Da sottolineare che comandava la famosa Batteria Siciliana, così denominata in quanto composta quasi esclusivamente da siciliani. Giuseppe Albino (nato a Campobasso il 23 febbraio 1866), tenente del 7° battaglione Indigeni: "Combatté con fermezza e coraggio degni del maggior encomio. Deciso a morire piuttosto che ritirarsi, raccolti intorno a sé pochi valorosi, lottò corpo a corpo col nemico irrompente ed esempio di nobile e di sublime abnegazione, cercò ed ebbe gloriosa morte incitando energicamente i colleghi ad imitarlo". Aurelio Grue (nato ad Atri, Teramo, il 7 maggio 1870), tenente della 6° Batteria d'Artiglieria da Montagna Regie Truppe d'Africa: "Comandante la colonna munizioni, dimostrò calma ed ardire in tutta la giornata. Alla fine, precedendo la Brigata che si ritirava, scelse di sua iniziativa una posizione adatta per arrestare i pezzi che seguivano e raccolte le scarse munizioni ancora rimaste nei cofani fece mettere in batteria i pochi pezzi che poté avere alla mano. Ivi, sparando gli ultimi colpi, contribuì efficacemente a trattenere ancora l'irrompere del nemico finché, mortalmente ferito, incuorava ancora i soldati con nobili parole". Un anno dopo la battaglia di Adua un altro nome entrava a far parte del glorioso elenco delle medaglie d'oro, quello di Vittorio Bottego (nato a Parma il 29 luglio 1860), capitano di Artiglieria ed esploratore del Giuba e dell'Omo: "Dimostrò sagacia ammirevole nel dirigere una spedizione scientifico-militare nell'Africa equatoriale attraverso paesi inesplorati e fra popolazioni ostili e bellicose, e spiegò eccezionale coraggio attaccando con soli 86 uomini un nemico di circa un migliaio di combattenti, e morendo sul campo, ferito al petto e alla testa da due colpi d'arma da fuoco. Gobò (Paesi Galla), 17 marzo 1897". Venti medaglie d'oro per onorare venti momenti di gloria. Bibliografia: Manlio Bonati, Vittorio Bottego. Coraggio e determinazione in Africa Orientale, Torino, Il Tucano Edizioni, 2005; L'Africa Orientale. Illustrazione storico-geografica, a cura dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, volume I Sguardo generale - L'Etiopia, volume II Eritrea - Somalia Italiana - Costa dei Somali - Somalia Inglese, Milano, A. Mondadori, 1936; Giuseppe Puglisi, Chi è? dell'Eritrea. Dizionario biografico, Asmara, Agenzia Regina, 1952; Gastone Rossini, Biografie italo-africane, s.d.; Ufficio Storico del Ministero della Guerra, Storia militare della Colonia Eritrea, tre volumi, Roma, 1935-1936. |
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