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| Diario dell'Alpino Felli GIOVANNI |
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Libro della mia vita in guerra Dopo 9 mesi di Albania. Il 25 ottobre ( 1941 ) abbiamo raggiunto il confine greco, sotto la tempesta dell'acqua abbiamo fatto le nostre tende. Dopo due giorni, col cappello da bersagliere siamo andati di pattuglia, sopra ai confini, abbiamo incontrato anche la loro pattuglia. «Loro» non appena ci hanno visto, ci hanno salutato e ci hanno offerto le sigarette. Il giorno 27 grande quantità di viveri, per 5 giorni. Alle ore 4 di sera venne l'ordine di partire, mi accomodo lo zaino, che a dir poco pesava 30 chili, senza il fucile mitragliatore, dalla partenza fino alle 5 la mattina, sempre a piovere. Alpini Provincia dell'Aquila
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Felli Giovanni Alp. Felli Giovanni, nato a Celano AQ il 16 giugno 1919. Matricola n. 3930. Classe 1919. - Soldato di leva della classe 1919 inviato in congedo illimitato 30 maggio 1939
- Arrivato al 9° Reggimento Alpino Btg "Val Pescara" e arrivato al Deposito Btg L'Aquila in - Partito per l'Albania e imbarcatosi a Bari il 25 febbraio 1940 - Sbarcato a Durazzo il 26 febbraio 1940 - Partito per l'Italia via terra col 9° alpini da Nauplia 8 aprile 1942 - Giunto a Postumia 13 aprile 1942 - Partito per la Russia col 9° Reggimento alpini facente parte del A.R.M.I.R. 17 agosto 1942
- Ricoverato all'ospedale militare di Karkov per congelamento di 3° grado al pollice piede destro - Rimpatriato e ricoverato all'ospedale militare di San Giovanni in Persicelo BO 20 febbraio 1943 - Sbandatosi in seguito agli eventi sopravvenuti all'armistizio 8 settembre 1943 Campagne Ha partecipato dal 28.101940 al 23.1.1944 alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera Greco-Albanese col 9° Reggimento Alpini. Ha partecipato dal 17.8.1942 al 10.2.1943 alle operazioni di guerra svoltesi in Russia col 9° Reggimento Alpini. Campagna di guerra 1941 - Campagna di guerra 1942
Libro della mia vita in guerra Dopo 9 mesi di Albania. Il 25 ottobre ( 1941 ) abbiamo raggiunto il confine greco, sotto la tempesta dell'acqua abbiamo fatto le nostre tende. Dopo due giorni, col cappello da bersagliere siamo andati di pattuglia, sopra ai confini, abbiamo incontrato anche la loro pattuglia. «Loro» non appena ci hanno visto, ci hanno salutato e ci hanno offerto le sigarette. Il giorno 27 grande quantità di viveri, per 5 giorni. Alle ore 4 di sera venne l'ordine di partire, mi accomodo lo zaino, che a dir poco pesava 30 chili, senza il fucile mitragliatore, dalla partenza fino alle 5 la mattina, sempre a piovere. Il nostro tenente si disperse e la mia squadra col sergente eravamo rimasti soli, senza sapere dove andare, non si vedeva altro che montagne, alle ore 6 sentimmo i primi colpi di mitraglia, e la mia squadra si trovava in mezzo tra i greci, e i miei compagni che erano col tenente, appena sentito, abbiamo fatto segno al nostro tenente, abbiamo camminato ancora quattro giorni sotto le raffiche di qualche mitraglia. Il giorno 1° novembre abbiamo sentito i primi colpi del cannone nemico. Ma con orgoglio andavamo avanti, perché tra due giorni eravamo a Giannina. Finché ci siamo fermati alla Vojussa. Abbiamo provato a passare il fiume, ma ci hanno respinto, con grandi perdite, ci stavamo ripreparando. Ma ordine del Sig. Colonnello, di andare a quota 860. Chiamato il medico, in aiuto ai nostri compagni dell'8° Alpino, che si trovavano circondati, dopo due giorni di accaniti combattimenti, siamo riusciti a liberarci ma abbiamo dovuto indietreggiare anche noi; abbiamo camminato ancora due giorni e ci siamo schierati sopra a una montagna, chiamata sella di S. Atanasio. Alle prime ore del mattino sono venuti all'assalto; ma ... hanno trovato noi Alpini che li hanno respinti con grandi perdite. Il giorno dopo hanno attaccato, dove era la divisione Bari e la ci hanno attaccato dopo il passaggio, e noi Alpini ci ritrovammo di nuovo circondati per riprendere le nuove posizioni si trattava di una lunga marcia. Erano circa 12 giorni che si combatteva con soli viveri per 5 giorni, trovavamo pomodori verdi, gelati come zucchero erano per noi; ci siamo trovati sopra la montagna, ci mangiavamo carne di muli morti, senza sale, e senza cuocere, perché il fuoco non si poteva accendere. Finché abbiamo raggiunto, la Divisione dove c'era la nostra sussistenza, non appena arrivati non avevamo forza neanche di forza di farci le tende. A un tratto mi sentii chiamare dal mio tenente per andare a fare la spesa; non avevo forza neanche di alzarmi ma in tutto ciò, andai, per rubare qualche cosa per la strada, e riuscì bene la mia pensata. Non appena arrivati alla mia tenda, volevo mettermi a riposare, sentii il tenente di guastare le tende, come una coltellata sentii nel cuore, ma in quella sera la marcia fu piccolissima, andammo a fare la guardia al ponte in mezzo al paese; in quel punto facemmo tre giorni di buona vita, a mangiare e bere come ci pareva in quei giorni il mio battaglione faceva continui attacchi allora ci riportarono anche amm....iato , abbiamo respinto ancora 4 giorni, Una notte mentre ero vicino al mio capo squadra, che si doveva partire, io credevo di andare avanti, invece si trattava di indietreggiare, perché la Divisione Bari erano tutti ripiegati; abbiamo camminato tutta la notte, la mattina abbiamo ripreso la nuova posizione, ma mentre stavamo facendoci la postazione, ci arriva la cavalleria nemica. Un macello ci abbiamo fatto che tra i cavalli, e gli uomini si erano piene le strade, ma per la quantità che ci veniva incontro, la sera abbiamo dovuto ripiegare a prendere la nuova posizione, a Ponte Perati, dove era il vecchio confine greco Albanese, in quel santo luogo dove ho lasciato parecchi miei compagni. Dunque noi appena arrivati di fece la morale il S. Maggiore dicendoci che quella posizione non si doveva lasciare, finché non eravamo morti tutti, al nostro fianco c'era la fanteria e si voltarono dietro di noi, quindi noi avevamo il nemico indietro e avanti, a un tratto mi arriva una granata, che spezza la canna del fucile mitragliatore e a mi rincalza di terra, Loro credevano di prenderci prigionieri ma il mio tenente più furbo, ci ricaccio quasi a tutti, andammo dove c'era il comando battaglione, li c'era il Maggiore, e ci rimandò sopra, che erano arrivati una compagnia di Bersaglieri; di andarli a aiutare che era rimasto agganciato col nemico, Non appena andati sopra ci fu un grande attacco con bombe a mano, ma riuscimmo a liberare quella compagnia, dopo una mezzora come le lepri dovemmo scappare, li c'era un grosso fiume, c'era il ponte ma tanti ne passavano tanti ne perivano, allora ci toccò di buttarci al fiume, e l'acqua ci arrivava sotto le braccia, per non farci portare dall'acqua. Avevamo fatto una catena l'uno si reggeva all'altro, finché passammo tutti, era di notte, e pioveva, non sapevamo come fare, li non potevamo stare perché venivano i Greci, e ci toccò camminare, camminammo tutta la notte, la mattina trovammo il nostro battaglione, camminammo ancora due giorni per andare in aiuto a un Battaglione dell'8°, era già un paio di giorni che non si mangiava perché lo zaino era rimasto in mezzo al fiume. La mattina prima giorno pigliammo posizione, verso le ore otto arrivò la spesa, il nostro Capitano ci volle dare la spesa per non farci scoprire dal nemico, verso le ore tre tutti eravamo ripiegati, mentre il mio plotone reggeva la posizione, a un tratto mi sentii chiamare dal tenente, di scappare, allora io perché erano passati prima quei della compagni, c'era rimasto solamente il pane e il limone, io per la furia presi 5 o 6 pagnotte e una decina di limoni; ma poi per il correre, per quei burroni, feci salire una pagnotta e i greci ci avevano scoperto, che noi scappavamo con le cannonate per quei burroni erano diventati, tutti i neri. Lo guardavo al mio compagno Ventresca, che cascava ogni due metri non aveva più i nervi alle gambe. Poi abbiamo camminato altri tre giorni, mangeria non arrivava, ci trovammo sopra a una montagna, e c'erano 50 congelati tutti a piangere per il freddo e per la fame, tante, non se ne potevano fare, il nostro riposo era sotto qualche albero, ci assettavamo sopra lo zaino, con la mantella, e i teli, erano diventati tutti d'un pezzo. Il quarto giorno trovammo un mulo morto, anche le ossa ci mangiammo vicino a un piccolo focarello. La mattina, appena giorno, andammo di pattuglia, e trovammo un mulo con la zampa rotta, che era cascato da un burrone per la gelata, subito lo finimmo d'ammazzare, e riportammo una zampa alla nostra squadra. Ma dopo di qualche oretta avemmo l'ordine di partire, allora camminammo tutta la giornata quella carne, sempre sopra la spalla, in quel giorno vidi la scorta veniva da piangere gli Alpini, «Se mi comprendete veder piangere gli Alpini, è come veder la finazione del mondo!» Perché il vecchio proverbio dice che, Iddio creò, gli Alpini li scaraventò sulle montagne, e poi gli disse arrangiati, che per gli Alpini non esiste l'impossibile. Il giorno dopo camminammo ancora sotto la tempesta dell'acqua e neve, finché la sera, ci fermammo, vicino, a un piccolo paesetto, Albanese, allora entrammo dentro, per asciugarci, la mattina mentre uscivo fuori, vidi una damigiana, curiosando andai a vedere, guardai ed era piena di grappa .............ati il mio cuore. Ma nello stesso tempo mi feci una buona bevuta, poi riempii la borraccia e la gavetta, poi mi pareva peccato a lasciarla e riempii anche l'elmetto, dopo andai verso i miei compagni. Ma siccome erano parecchi giorni, che non mangiavamo più pane, campavamo con un po' di carne di mulo cruda, e senza sale, il sangue era diventato tanto debole, che con una sola bevuta mi ubriacai. E siccome si trattava di camminare tutta la giornata Ringrazio sempre i miei compagni che mi aiutarono, se no rimanevano in mano ai Greci. La sera arrivammo al chiarista, io ero quasi guarito, tutto il disturbo del giorno, ma mentre facevamo le tende, il mio compagno Ventresca si fece una bevuta di grappa alla borraccia e subito gli fece male, perché anche lui si trovava alle stesse condizioni, mi si buttò sopra, e per tre ore solamente io, so, cosa passai per contentarlo, Ma fatte le tende, fino verso le ore nove, aspettavamo ansiosi le nostre salmerie, ma poi ci addormentammo, per la stanchezza e per la fame, passò tutta la nottata e il giorno dopo. La sera dopo verso le ore nove, si sentivano un po' di muli. Allora io dissi ai miei compagni andiamo con la baionetta a quei muli che portano il pane, due miei compagni non avevano forza neanche di alzarsi, ma il mio compagno Spagnolo mi acconsentì, in mezzo ai deserti per andare incontro al piccolo sentiero .......... Appena arrivati, guardammo ed erano quelli dell'Artiglieria, non portavano altro che munizioni, il nostro cuore diventò tanto piccolo, che ci buttammo a terra coma morti, in mezzo alla neve, e pensavamo come fare per ritornare alle nostre postazioni, mentre stavano quasi per addormentarci sentii parlare abruzzese. Come lepre alzai le orecchie, mentre mi avvicino per domandare di che battaglione erano, mi rispose il mio paesano Nino, figurati che gioia. Come leone mi sentii la forza, non appena salutati, lui voleva sapere se e dove si trovavano i Greci, mentre io gli risposi, non ti vedo per la fame, lui molto gentile subito, mi prese un po' di galletta, e un po' di formaggio, era la sua razione, poi mi disse porta il mulo, dopo dieci minuti, ritornò con pasta e gallette, io gli dissi adesso possiamo cominciare a raccontare qualche cosa, ma mentre parlavamo arrivammo al Comando Battaglione, li si doveva scaricare, li trovammo anche Bonaldi, mi da un'altra pagnotta, di più non aveva perché portavano il ferro spinato, io mentre parlavamo mangiai la galletta con tutte e cinque le pagnotte, a un tratto venne Ceaurra, che portava due sacchi di pane, nello stesso tempo «venne anche Fidanza pieno di fame. Allora prendemmo un setto o otto pagnotte a testa, io volevo stiparle per il giorno dopo, ma quando ritornai alla postazione, i miei compagni dissero che io portavo il pane, uno mi diceva che voleva darmi 25 buchi, l'altro mi diceva 50 ecc. Ma io non le avrei date nemmeno per un napoleone, ripensandomi alle continue ........... che si trovavano i miei compagni gli do .............tta a testa .............. essere grave, in questa posizione ci stava e dopo circa 9 giorni da me un battaglione di camicie nere, noi andiamo che ci davano il cambio, mentre si schieravano dietro, noi avevamo i pidocchi. Ci mandavano di pattuglia. Loro stavano sempre tre metri distanti da noi, per paura di pidocchi, e poi ci dicevano che gli Alpini erano sporchi perché non ci facevamo la barba e ne i capelli, ci stavano sempre a sfottere, noi ci rispondevamo spesso che non venisse più quello che abbiamo passato noi, perché altrimenti voi lascereste anche le scarpe, il 23 dicembre, attraversammo la Grecia, e alla povera milizia gli fece tanto impressione che lasciarono le tende piene di roba, di tutte le qualità per quanto la cucina con la carne cotta, e i viveri per un mese di riserva a noi ci venne l'ordine di allungare verso le loro posizioni, ma ci avevamo il nemico avanti e di fianco, la sera la fame ci cacciò c'era la cucina della Milizia che trovava sotto il nostro tiro, e i loro, andammo e ci facemmo alcuni viaggi, ci ricambiammo di vestimento e la provvista per circa un mese. Il giorno dopo la nostra postazione era diventata come un albergo, si cucinava ogni cosa, in quei giorni ci risfamammo un po', perché usavamo mangiare una volta la sera, se arrivava!... Il giorno 24 di dicembre, la sera per devozione prendevamo l'olio, con la galletta, poi venne un nostro amico con un piccolo libretto, pregavano come romiti nel deserto. Il giorno del S. Natale i greci erano a 200 metri da noi e urlavano come i cani, noi tutti contenti perché si diceva che veniva un Battaglione di Alpini, a darci il cambio, il giorno 27 arrivarono, la mia pensata fu vana tutti i miei compagni andarono in seconda linea, mentre il capo squadra e il porta arma, rimanevano ancora per qualche giorno a imparare, quei nuovi arrivati, il giorno dopo i greci mi chiamarono per nome, il mio cuore rimaneva secco, nel sentirmi chiamarmi dal nemico Dato che loro parlavano italiano, lo sentivano il mio nome e mi richiamavano. Io non portavo mai a conoscenza, ai nuovi arrivati che avevo paura, ma il giorno dopo, grandi bombardamenti di Artiglieria, quei piangevano come ragazzi. Il giorno 30 dicembre la mattina primo giorno, in sogno sentivo, la solita tromba, allora diedi allarme ai miei compagni ma loro non si vollero muovere dicendomi che ero bugiardo dopo un po' di tempo vennero all'assalto, con le bombe a mano e allora non ci venne neanche in tempo a uscire, in quel giorno ci furono grandi perdite, al nostro battaglione ci era rimasto un solo ufficiale, non sapevamo dove andare finché andammo alle salmerie, la ci riorganizzammo e ci riportarono in linea, il giorno 8 gennaio venne il Sig. Colonnello Tavoni, con un fucile sulle spalle, dicendo avanti con me ragazzi. Dopo un po' venne una granata e fu ferito il colonnello nella testa, noi volevamo vendicare il nostro Colonnello, ma in quel giorno non ci fu caso, ma attacchi e contrattacchi reggevamo la nostra posizione, fino al 20 gennaio, che andammo a riposo. Durante il riposo volevamo fare il plotone degli arditi prendendo tutti i migliori combattenti, allora chiamarono anche me, in quel momento stavo tanto dispiaciuto, ma in seguito è stata la mia fortuna. Il 24 febbraio ritornavamo di nuovo in linea, fino a un certo punto andammo con il Comandante la sera ci fecero la spesa con le nostre armi sulle spalle, camminavamo mentre il tempo pioveva, mentre passavamo vicino a una sussistenza un mio compagno prese un 15 chili di caffè, ed io circa 20 chili di zucchero, la mattina arrivammo al punto, stammo un po' di giorni li, mangiavamo come cavalli, senza fare niente il giorno 5 marzo ci fece l'adunata il Comandante di Battaglione dicendo che dovevamo andare a liberare una compagnia di bersaglieri che era rimasta prigioniera, la sera in partenza eravamo in 100 di uomini, riuscimmo a prendere posizione, ma come lepri dovemmo scappare, la mattina a giorno, tornammo al nostro battaglione il Colonnello ci voleva rimontare di giorno, ma ordine dell'Eccellenza BOTTAI, i suoi Alpini, che dovevano rientrare nella base, perché c'erano circa 40 alpini, del Battaglione Vicenza. La sera dopo il nostro colonnello ci rimandò di nuovo, disse al mio tenente di sciegliersi 20 alpini in gamba, e di andare a vedere le loro posizioni, a me mi ritoccò di nuovo, andammo un 500 metri, passate le loro linee, non c'erano più Riportammo i nuovi ordini al colonnello, lui credeva che si ritiravano, nel mentre loro avevano, fatto un trucco, che alle ore 8 la mattina venne un porta ordini dicendo che la 108 compagnia era tutta prigioniera, e noi subito ci schierammo sopra una collina, ma ... i greci, calavano a compagnie affiancate, non era possibile, le nostre Artiglieria tiravano tutte sopra, all'ottavo Alpini che si trovava peggio di noi, noi a 200 metri per volta ripiegavamo sopra una montagna, finché arrivarono quasi sopra, non si poteva più camminare per la neve, ce n'era più di un metro, il tempo era calmo, si era battuto una piccola stradella, ma tanti ne erano passati tanti ne perivano a un tratto il mio compagno Spagnolo mi disse Di azzardare a passare, perché, a 100 metri eravamo liberi, lui cominciò a camminare, mentre le raffiche della mitraglia fischiavano, a un tratto mi sentii una pallottola a un braccio, mentre stavo a sciogliere un pacchetto di medicazione, mi cala una granata vicina, io mi trovo coperto di neve senza sapere come. Quando venni fuori, avevo una piccola scheggia al ginocchio, senza più legarmi, né il ginocchio e né il braccio, il mio cuore batteva come se avesse tenuto l'elettricità, allora feci l'idea di azzardare, mentre saliva sopra, per quella piccola stradella incontrai il mio compagno Spagnolo, che aveva una pallottola esplosiva in un gamba, lui credeva che lo potevo aiutare, ma quando mi vide il sangue, si mise a piangere dicendomi "vedi un po' se puoi salire sopra e parli col tenente, che appena sceso lo andassero a prendere, mentre salivo sopra, quel piccolo sentiero era pieno tra morti e feriti, che durante tante battaglie non avevo mai visto un macello simile, che tra la neve che si "sfrieva" e il sangue degli Alpini scorreva per il sentiero, salii sopra mi mandarono subito all'ospedale, mi avvio per la strada, ma la fame e il dolore non potevo camminare, me ne andai in una cucina dell'Artiglieria, là mi darono da mangiare, venne un'infermiere medicò le mie ferite, mi rinviò per l'ospedale verso mezzanotte arrivo all'ospedale da campo. Trovo l'ambulanza pronta, mi spedirono subito a Valona, il giorno dopo arrivai a Valona, li i feriti ne arrivarono tanti, che non arrivavano neanche a medicarci, dopo otto giorni, mi mandarono all'undicesimo Reggimento Marcia li c'era molta fame, feci altri 3 giorni li, e mi rinviarono per il mio Battaglione, il giorno 28 arrivò, il mio servizio era la corvée, una volta al giorno andavo a portare, o vino, o liquori, a quelli che erano il linea, e prendevo certe sbornie, che non ho mai preso in tempo di vita mia, Mercoledì Santo mentre dormivamo, sentivamo arrivare molti soldati, nella quale presero la nostra posizione, a noi ci potarono via, noi eravamo contenti, credevamo di andare a riposo, nel mentre ci era assegnato un altro obiettivo, più forte ci passammo fino al giorno di Pasqua. Lunedì in Albis andammo incontro al nemico, in quel punto li mettemmo in fuga che non si fermarono più, per tre o quattro giorni ci facevano camminare notte e giorno, per inseguire il nemico, finché arrivammo a Beshishtit prima di Giannina, li ci fermarono, avevano fatto l'armistizio, figurati che contentezza, ma con i greci era sempre quell'odio, specie quando vedevano qualcuno vestito da soldato, i nostri capelli ci si arricciavano, per l'odio che avevamo, i nostri comandanti sapevano tutto ci fermarono per circa un mese, a non porci alla città, se no qualche casa era successo. Dopo provarono a portarci alla Città, ma la prima sera già, si bastonavano i greci come quando bastoni un sacco di paglia allora ci proibirono, la libera uscita, Dopo un po' di giorni ci portarono a Meztvovo, in mezzo ai boschi, li non si trovavano altro che pecore, formaggio, li con pochi soldi si mangiava bene andavamo tutti i giorni per pecore. Così poi abbiamo passato la naia, quasi bene, che ci hanno portato per Argossi, le signorine ci venivano a cacciare dalle caserme. Così perfino a oggi posso ringraziare il Buon Dio, che dopo tanti sacrifici sto in perfetta salute.
Questo Diario è stato scritto al Fronte Greco - Albanese dall'Alpino Giovanni Felli di Celano, L'Aquila, nel periodo compreso tra Ottobre 1941 e Maggio 1942. |
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