A.N.A. Sezione Abruzzi - 90 anniversario della fine della Grande Guerra



90 anniversario della fine della Grande Guerra PDF Stampa E-mail
90° anniversario della fine della GrandeGuerra

 La Grande Guerra fu una tragedia per l'Italia.Ne uscì completamente prostrata da quest'esperienza, con oltre 650.000 morti equasi un milione di invalidi e mutilati, ai quali si aggiunsero quelliprovocati dall'epidemia influenzale della spagnola.Dall'Abruzzo, partirono nel 1915 per ilfronte, anche i giovani provenienti dalle zone devastate dal terremoto dellaMarsica del 13 gennaio 1915. Il contributo di sangue dato dagli abruzzesi fu di23000 caduti, 5000 mutilati e invalidi, 16 Medaglie d'Oro, 2500 decorati alvalore. Il s. ten. del Genio Leandro Saccani,classe 1898, diplomatosi all'Istituto Tecnico dell'Aquila, in una lettera allamadre scriveva: «Vidi sul Monte Lemerle, dove combattei e dove passai bruttiquarti d'ora, che i tedeschi che ci avvicinavano puzzavano di alcol da farribrezzo. Alcuni, per quanto erano ubriachi, vennero fin sotto a due passi danoi e sparammo loro a bruciapelo. Venivano come pazzi, senza precauzioni,agitando le famose mazze ferrate...». Saccani morì sull'Altopiano di Asiago il 28febbraio del 1918.     La morte in guerra di tutti questi giovani, provocò negli anni successivi, un calo delle nascite a causa della riduzione del numero dei matrimoni. Questi ragazzi caduti, morirono da veri eroi, perché erano consapevoli di quello che facevano, anche perché non tutti i soldati si comportarono allo stesso modo. La memorialistica storica, negli anni passati ha rappresentato la guerra come un insieme di atti di eroismo, singoli o collettivi, ma le cose non andarono esattamente in quel modo. Nel libro di recente pubblicazione di Forcella e Monticone, "Plotone d'esecuzione. I processi della prima guerra mondiale", edito da Laterza - Bari, è riportato che "su circa 5 milioni e  200 mila italiani che prestarono servizio militare tra il 1915 e il 1918 ci furono 870.000 denunzie all'autorità giudiziaria di cui 470.000 per renitenza e 400.000 per reati commessi sotto le armi. Al 2 settembre 1919 (data dell'amnistia concessa ai disertori) la giustizia militare aveva definito 350.000 processi pronunciando 140.000 sentenze di assoluzione e 210.000 condanne". Tutte le condanne a morte, furono immediatamente eseguite mediante fucilazione alle spalle, dai regi carabinieri o dai plotoni formati dagli stessi commilitoni. Fu una guerra di trincea, statica, ma si combatteva anche nelle retrovie con colpi bassi e con feroci attacchi agli imboscati.   Il caso Santilli Emblematico risulta il caso del sottotenente Manlio Santilli dell'Aquila, classe 1892, del 7° reggimento alpini. Il padre ricevette dall'Agenzia delle Imposte il 5 ottobre del 1916, il rigetto della decisione riguardante l'esenzione della tassa di guerra, a causa dell'assenza del figlio perché impegnato in operazioni militari, il quale, protestò inviando una lettera al giornale "L'Avvenire", che il 16 ottobre pubblicò: «Sig. Direttore dell'Avvenire, Chiedo un pò di spazio per ... un bel caso. Un paio di mesi fa mi fu partecipato che a mio figlio Manlio era stata imposta la tassa di guerra. Io mi affrettai a reclamare dichiarando che egli trovavasi sotto le armi col grado di sottotenente nel 7° Reggimento Alpini Battaglione Monte Pavone, 95a, compagnia, 15a Divisione, Ia Armata. Credevo che bastasse. Il 5 corrente mi fu notificato: "L'Agenzia delle Imposte ha emessa la decisione, di rigettare la domanda del contribuente perchè risulta, dalle informazioni assunte, disertore". Chi ha date le informazioni? Le ha date il Comando del Deposito? Il Comando del Reggimento? Il Comando del Battaglione? Impossibile. Le ha date il Distretto militare? Ci sarebbe da mettersi le mani nei  capelli se al Distretto si dessero per disertori quelli, che stanno al fronte dal principio della guerra. Le hanno date i carabinieri? Non ci mancherebbe altro che questi prendessero granchi così mastodontici. Mio figlio partì dall'Aquila col reparto dei volontari Alpini il 29 maggio 1915; nel mese di ottobre andò a fare il corso di ufficiale al fronte nell'esercito regolare; è stato molto tempo in prima linea; ha più volte vistò la faccia e i tacchi del nemico: ed ora l'Agenzia delle Imposte, sentito chi sa quale imboscato, afferma, con inqualificabile leggerezza, contro la mia precisa e decisa dichiarazione che ... risulta disertore. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Non dico altro.  A. Santilli». Altri attacchi venivano sferrati al comandante del Distretto Militare. In una lettera pubblicata dal giornale "Avvenire", un lettore L. Ero scriveva: «Sono venuto a conoscenza come, nell'assegnare ai diversi corpi i giovani della classe 1897 chiamati alle armi, si siano verificate delle sfacciate parzialità, per opera di chi comanda il Distretto Militare. Mi limito a citare solo un fatto per non occupare troppo spazio. Un giovane appartenente a nobile famiglia aquilana, assegnato agli Alpini, di botto fu passato alla Sanità, per opera e virtù di qualche minuscolo ufficialetto della ... terribile, da parecchi mesi alla sorveglianza dei prigionieri, nonchécocò di qualche signore della nostra aristocrazia e occhio destro dell'imparziale colonnello comandante il Distretto. Mentre un povero operaio, sol perchè dimenticò di portare nel giorno della presentazione i documenti voluti per entrare nel Genio, senz'altro fu assegnato in Fanteria, per quanto il giorno stesso avesse portato i documenti in parola, il colonnello -  a parte i modi poco urbani - si voltò al povero operaio dicendogli che non era possibile evocare un ordine, perché "con gli aquilani bisogna andare ... con i piedi di piombo". Però osservo che i " piedi di piombo " li usa solo con gli operai e non con i figli di papà e dei nobili».   La morte di Pasquale Rosa Nel luglio del 1915, nel Deposito dell'8° Reggimento Alpini a Gorizia, si costituì il "Corpo Nazionale dei Volontari Alpini - Reparto Aquila", prevalentemente composto di alpini aquilani, interventisti, giovanissimi: Manlio Santilli, Cesare Balestracci, Santilli Amilcare, Cesare Piccioli, Mancini Raffaele, Marinucci Gustavo, Serafino Ferri, Gasbarro Paolo, Rosa Pasquale, Mario Fabrizi, Verlengia Mario, Silvio Bagnini, Campana Giuseppe, Celaia Gaetano, De Nicola Gino, Moscardi Luigi, Centofanti Michele, Feola Francesco, Mantini Guglielmo, Ricci Ettore, S. Vicentini, Orsatti Umberto. Di questi giovani molti non tornarono. Particolare impressione destò la fine del sottotenente Pasquale Rosa, colpito mentre col suo plotone di alpini assaltava un caposaldo nemico, da una granata di grosso calibro il 30 giugno 1916. Il fratello Giovanni Titta Rosa, saggista e giornalista, gli dedicò una poesia:   A mio fratello in questo settembre   Trasparenze di cristalli blu-marino Spicchi di pesche grappoli d'oroLungo le fratte piange un cardellino Perché gli hanno rubato il suo tesoro.   Lo portava fra le dita soavi noi l'abbiamo incontrata - una bambina - (sull'arco chiaro della mattina nuvole passavano come bianche navi).  Un balcone c'era lassù e verdi coperte tese dinanzi alla valle io ti porto leggero sulle spalle e mi pare d'essere il buon Gesù.   Camminiamo così senza stanchezza e ci fermiamo accanto a una fontana abbiamo negli occhi una calma allegrezza or che la mamma non è più lontana.   buoni figlioli che andarono pel mondodue fratelli or si stringono le mani senza pianto nel cuore profondo senza sogni negli occhi castani.  Cogliamo grappoli d'uva moscatella E all'ombra d'una fratta ci allunghiamo C'è sopra la giornata chiare e bella E noi cogli occhi casti la guardiamo.   Stasera insieme andremo a dormire Uno accanto all'altro lenti a respirare Ma perché hai voluto morire Te ne sei voluto andare?   TITTA ROSA   Maurilio Di Giangregorio                                                                    L'Aquila 4 novembre 2008
 
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