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Abbiamo ricevuto e pubblichiamo a cura di Maurilio DI GIANGREGORIO.
IL CENTRO Giovedì 11 settembre 2003
LA NOSTRA STORIA
Maurilio Di Giangregorio
L’eccidio di Cefalonia
Grecia
La sera dell’8 settembre 1943 la radio rese noto agli italiani la firma dell’armistizio con gli alleati.
L’esercito italiano si trovava dislocato, con la maggior parte delle sue forze efficienti, fuori dal territorio nazionale.
Immediatamente, fin dalla notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, si verificarono all’estero reazioni armate. Si ebbero veri e propri combattimenti. Focolai di resistenza si crearono: in Corsica, in Provenza, in Dalmazia e Jugoslavia, in Albania, in Tessaglia, nelle isole Jonie e nelle isole dell’Egeo.
In Grecia, la zona strategicamente più importante ai fini della guerra aeronavale condotta degli americani, era il Dodecanneso.
Qui il comando alleato del Medio Oriente intervenne rinforzando i presìdi con successivi sbarchi a Coo e a Lero.
Il presìdio di Lero, comandato dall’Ammiraglio Mascherpa, resistette per oltre 50 giorni, a fianco degli inglesi rimasti nell’isola, all’assedio nazista.
Subì 187 bombardamenti aerei, respinse un primo sbarco il 12 novembre 43, per cedere solo il 16 novembre.
Nelle isole greche tra l’Egeo e lo Jonio, la resistenza ebbe sorte diversa ma altrettanto drammatica.
A Creta molti militari italiani presero la via della montagna, costituendo un efficace gruppo di “franchi tiratori”.
In Eubea, i bersaglieri e i fanti, il 12 settembre attaccarono il nemico e poi si ritirarono nella parte settentrionale dell’isola.
Il colonnello Lusignani, comandante del 8° fanteria Acqui, a Corfù, dopo aver respinto l’intimazione tedesca di disarmo, combatté valorosamente infliggendo dure perdite al nemico finché la resistenza non venne spezzata da massicci interventi aerei.
Il colonnello Lusignani fu catturato e fucilato insieme ad altri 22 ufficiali.
Cefalonia
Questi episodi culminarono nell’epopea di Cefalonia.
A Cefalonia la sera dell’8 settembre 43, il comandante della Divisione Acqui, generale Antonio Gandin, nato ad Avezzano il 13.5.1891, ricevette dal Comando dell’11a Armata l’ordine governativo di “reagire con la forza ad ogni violenza armata”. Integrato dalla direttiva “ognuno rimanga sul posto con i compiti attuali”.
Immediatamente dispose il trasferimento della Riserva di Argostoli, assegnando alle batterie obiettivi ravvicinati in funzione antiaerea, volti ad interdire gli accessi terrestri e marittimi al capoluogo dell’isola.
L’11 settembre, in seguito alla resa dell’11a Armata, dell’VIII e del XXVI Corpo d’Armata, il generale Antonio Gandin assunse l’impegno di cedere le armi.
Il 12 settembre 43, i tedeschi circondarono e disarmarono due batterie italiane schierate nel loro settore.
Il comandante della 3a batteria, capitano Apollonio, in questa circostanza chiese ed ottenne di conferire a rapporto con il generale Comandante Gandin.
In presenza del suo Comandante di Reggimento, che lo aveva accompagnato, il capitano Apollonio disse al generale che un eventuale ordine di cessione della armi avrebbe provocato nelle batterie del 33° un rifiuto di obbedienza, perché contrario alla legge del dovere e dell’onore.
Il generale, al termine del rapporto, in presenza di altri due comandanti di batteria della Riserva e un comandante di compagnia, assunse l’impegno solenne di continuare le trattative sulle base della non cessione delle armi e che qualunque ulteriore violazione dello “status quo” durante le trattative sarebbe stato represso col fuoco.
All’alba del 13 settembre, i tedeschi, tentano di portare uomini e mezzi e rinforzare così il contingente dislocato in Argostoli.
La battaglia
Quando i pontoni tedeschi si avvicinano alla banchina del porto di Argostoli, le compagnie dei capitani Pampaloni , Apollonio e Ten. Ambrosini, aprono il fuoco e affondano il primo pontone e costringono il secondo ad invertire la rotta. Poco dopo la marina affonda il secondo pontone.
Il generale Gandin, vista la ferma presa di coscienza, ispirata da un alto senso di dignità e insopprimibile fremito di libertà, decide di svolgere un “referendum” in tutti i reparti ponendo le alternative:
continuare a combattere a fianco dei tedeschi, cedere le armi, combattere contro i tedeschi.
Il 14 settembre 43, 11500 soldati e 525 ufficiali del Presìdio di Cefalonia rispondono uniti contro i tedeschi.
Nel periodo compreso tra il 15 e il 22 settembre 43 si svolgono quattro battaglie fondamentali.
I reparti della Acqui si impegnano con un ardore, uno slancio, un accanimento mai riscontrati nei precedenti tre anni di guerra.
Le perdite subite dalla Divisione Acqui a Cefalonia, tenuto conto della altre operazioni, ammontano a 65 ufficiali, 1250 sottufficiali e soldati.
I tedeschi hanno perso 1200 tra ufficiali sottufficiali e soldati.
I soldati combatterono con tanta tenacia da costringere i tedeschi, per fronteggiarli, ad impegnare un intero Corpo d’Armata.
La rappresaglia
Dall’alba del 21 settembre, alle ore 12 del 22, furono catturati 189 ufficiali e 4750 soldati, tutti sottoposti ad esecuzione sommaria sul campo di battaglia. Sembrava che l’impeto di bestiale ferocia sanguinaria fosse giunto al suo epilogo. Illusione.
Alle sette e mezza del mattino del giorno 24, un ufficiale tedesco si presentava nell’appartamento dove erano stati rinchiusi gli ufficiali del Comando Divisione e prelevava il generale Antonio Gandin e con una macchina si allontanavano.
Più tardi si veniva a sapere che il generale era stato passato per le armi, da un regolare plotone di esecuzione, presso San Teodoro, affrontando la morte con superba fierezza e dignità.
Come Lui, e degni di Lui, lo seguirono tutti gli ufficiali superstiti.
Un’ora dopo quattro autocarrette prelevarono tutti gli ufficiali rinchiusi nella palazzina della Caserma Mussolini e nel Comando Divisione, e li condussero in una villetta disabitata, indicata poi dai nostri soldati come «la casa rossa».
I soldati tedeschi fecero scendere gli ufficiali, e dopo averli depredati di ogni oggetto prezioso, li allinearono a ridosso del muro di cinta della villa.
Il tenente Cappellano Romualdo Formato, del 33° Artiglieria, cercò di chiedere pietà per gli italiani e gridò:
«E’ contro tutte le norme internazionali che vogliate sottoporci così infamemente alla morte, dopo che il vostro Comando ha ufficialmente stipulato la resa, e dopo che ci ha tutti disarmati!».
Ma i tedeschi appaiono troppo carichi di odio verso gli italiani perché si possa sperare da loro qualunque gesto di aiuto. L’ordine del Comando tedesco è quello di fucilare tutti gli ufficiali presenti, nessuno escluso.
Si assiste allora ad una scena della più alta drammaticità. Atterriti, sbigottiti, disperati e affranti, gli ufficiali si stringono attorno al Cappellano Padre Formato, che in quel momento rappresenta il loro rifugio spirituale, la loro ultima guida nel precipitoso cammino verso la morte, e, in ginocchio, con le braccia levate al cielo ricevono l’ultima benedizione:
«Amici e fratelli conoscete ormai chiaramente quale sorte ci attende. Non ci resta che rivolgerci a Dio e raccomandarci alla sua infinita misericordia. Gli chiederemo, tutti insieme, perdono delle nostre colpe, e io, suo ministro, per autorità che Egli stesso e la sua Chiesa mi accorda in questa tragica circostanza, impartirò a tutti l’assoluzione sacramentale».
La morte
A quattro, a otto, a dodici per volta, senza un ordine gli ufficiali furono portati davanti al plotone di esecuzione. Per loro non vi sarà una tomba, una croce; le loro salme saranno senza nome. Accatastati, i loro corpi finiranno in una grossa buca, come carogne indegne di qualunque rispetto.
Le esecuzioni iniziate verso le otto e mezza terminarono alle ore dodici e mezza. Furono fucilati 123 ufficiali.
Il 25 settembre, furono fucilati altri 7 ufficiali, ammalati o feriti, prelevati dal 37° ospedale da campo.
Nel trasferimento in continente dei prigionieri di guerra superstiti, in seguito all’affondamento di tre navi, perirono altro 3000 soldati, mitragliati dai tedeschi sulle stive dove erano ristretti e anche in mare.
Complessivamente, le perdite della Acqui a Cefalonia, ammontano a 9640 uomini.
Il processo
Nel processo di Norimberga è stato affermato dal generale americano Telford Taylor, capo della pubblica accusa:
«Questa strage deliberata di ufficiali italiani che erano stati catturati o che si erano arresi è una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato».
Il Comune dell’Aquila, con Delibera del 19 ottobre 2002, ha conferito la cittadinanza onoraria al 33° Reggimento Artiglieria Terrestre “Acqui” con la seguente motivazione:
«al 33° Reggimento Artiglieria è conferita la cittadinanza della Città dell’Aquila quale attestazione dell’apprezzamento e della riconoscenza della comunità per le attività con cui ha servito il Paese e la Comunità aquilana nel tempo in cui è stata sul territorio comunale».
Capitano degli alpini a riposo
Capo del gruppo Ana “Medaglia d’Oro Gino Campomizzi”
di Castel di Ieri
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